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mercoledì 29 giugno 2016

PERCHE' DICO SI' AL TTIP: PAOLO DE CASTRO

“Il Ttip è un’opportunità, sbagliato dire di no a prescindere” 

Paolo De Castro è il relatore permanente del Ttip per la Commissione Agricoltura al Parlamento Ue: «Per giudicare bisogna attendere l’accordo, poi si potrà sempre dire di no»
L’europarlamentare del Pd Paolo De Castro, 58 anni, è il coordinatore per il gruppo S&D alla Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento europeo e relatore permanente per il negoziato di libero scambio Ue-Usa (Ttip) (Foto © European Union PE-EP)

LA STAMPA 29/06/2016
«L’accordo sul Ttip non arriverà prima delle elezioni americane e sicuramente il voto sulla Brexit avrà delle conseguenze, ma è presto per dare giudizi, così si rischia solo di alimentare un clima di paura». Da Bruxelles dov’è impegnato con le attività parlamentari Paolo De Castro, coordinatore del gruppo S&D nella commissione Agricoltura nonché relatore permanente per il Ttip, prova a spiegare perché è importante «aspettare di vedere i risultati dei negoziati prima di opporsi». 
Come si sta lavorando a Bruxelles?  
«Le trattative sono materia esclusiva della Commissione, mentre il Parlamento ha il diritto di veto in ogni Commissione interessata. In pratica ci sono i negoziatori che portano avanti i lavori e noi che controlliamo. Se e quando si troverà un accordo questo dovrà passare al vaglio prima del Consiglio Ue e poi del Parlamento Ue. Nel caso di un doppio parere favorevole si arriverà ai Parlamenti nazionali che dovranno ratificare».  

Quando si parla di negoziatori chi si intende?  
«La delegazione europea è una squadra di 60 esperti guidata dal capo negoziatore Ignacio Garcia Bercero. Poi esiste la squadra statunitense, strutturata in maniera simile con al vertice Dan Mullaney. Loro hanno la responsabilità tecnica delle trattative. In Europa la responsabilità politica spetta invece alla commissaria Ue per il Ttip Cecilia Malmström e, a seguire, a tutti i membri delle istituzioni europee». 

In quali tempi si potrà arrivare a un accordo?  
«La discussione è iniziata nel 2013, ma siamo ancora in una fase molto preliminare, per ora ognuno si limita a fare proposte. Non si arriverà a risultati concreti entro le prossime elezioni Usa (l’8 novembre, ndr). Poi andranno al voto la Francia, la Germania e anche l’Italia: dubito che si possa trovare un accordo e approvarlo prima di questa sequenza elettorale che terminerà nel 2020. I tempi sono lunghi, per il trattato con il Canada ci sono voluti 7 anni». 

Si è parlato tanto della mancata trasparenza dei negoziati. E’ davvero così?  
«Non è mancata trasparenza, il processo che si sta seguendo per il Ttip è analogo a tutti gli accordi stipulati dall’Unione europea. Forse all’inizio è stato sottovalutato l’enorme interesse che avrebbe suscitato tra i cittadini. Ma poi, grazie anche alla presidenza italiana, questo problema è stato superato». 

E chi, come Greenpeace, accusa l’Ue per la scarsa accessibilità dei documenti negoziali?  
«Greenpeace ha reso pubblico tutto ciò che è già consultabile dalle persone delegate. Si tratta di testi negoziali che non contengono nulla, sono solo ipotesi che al momento racchiudono le distanze tra Usa e Ue». 

Il voto su Brexit può cambiare il corso delle trattative?  
«Il risultato del referendum d’ora in avanti influenzerà tutto, magari le conseguenze non saranno dirette e immediate, ma certamente ci saranno: per esempio con l’uscita del commissario Ue britannico e dei parlamentari, dovranno essere sostituiti anche tutti i tecnici e i funzionari. Ma questo non avverrà nell’immediato». 

Sull’agroalimentare a che punto siamo?  
«Su questi temi siamo in una fase ancora molto cruda, è stato trovato un accordo di massima per la riduzione di dazi e tariffe il che vorrebbe dire una grande rivoluzione per circa il 97% prodotti. In materia di indicazioni geografiche e standard di sicurezza invece siamo ancora al punto di partenza». 

Posti di lavoro, salute e ambiente. I rischi esistono?  
«La battaglia che sto facendo è contro il dire no a prescindere. Un terzo del commercio mondiale passa tra Usa e Ue, abbiamo di fronte un’opportunità, pensare di non occuparsene è sbagliato. Bisogna dare fiducia ai negoziatori, poi vedremo i risultati del lavoro che sarà tradotto in tutte le lingue dei Paesi membri. E quando ci sarà un accordo lo valuteremo, prima è tutto inutile». 

Lei ha detto che «i principi su cui si basano i livelli di protezione dei cittadini-consumatori non sono oggetto di discussione». Come fa a esserne sicuro?  
«Gli accordi non modificano i regolamenti comunitari, né le leggi americane. Non si può pensare che i negoziatori stiano chiusi nelle loro stanze per cambiare gli impianti legislativi, queste sono barzellette. Oggi parlare di ogm e di ormoni crea solo confusione e un clima di paura. Le nostre leggi resteranno valide: se un’azienda Usa vorrà importare carne in Ue dovrà farlo senza. Lo ripeto: aspettiamo l’accordo, poi valuteremo se gli aspetti positivi saranno superiori a quelli negativi oppure no».  

E se i rischi supereranno le opportunità?  
«L’accordo potrà essere respinto, non sarebbe prima volta che il Parlamento europeo fa una cosa del genere». 

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