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mercoledì 29 giugno 2016

PERCHE' DICO NO AL TTIP: TIZIANA BEGHIN

“I rischi legati al Ttip superano i vantaggi. E la trasparenza è ancora lontana”

Tiziana Beghin, portavoce del M5S al Parlamento Ue: «L’accordo avvantaggerà i Paesi del Nord penalizzando le aziende manifatturiere. La Brexit? Potrebbe far slittare tutto»
Tiziana Beghin, 45 anni, è la portavoce del M5S al Parlamento Ue e titolare della Commissione Inta (Commercio internazionale) e della Commissione Empl (Occupazione e affari sociali)

LA STAMPA 29/06/2016
«L’obiettivo della Commissione europea è quello chiudere un accordo sul Ttip entro la fine della presidenza Obama, ma sulla base di quanto ci è stato riferito non sono stati fatti progressi in nessun ambito». Tiziana Beghin è la portavoce del M5S al Parlamento Ue e titolare della Commissione Inta (Commercio internazionale) e della Commissione Empl (Occupazione e affari sociali). Da quando ha iniziato il suo mandato al Parlamento europeo si sta occupando del trattato per il libero scambio tra Usa e Ue. 

Come procedono i lavori a Bruxelles?  
«Le posizioni restano abbastanza lontane soprattutto per quanto riguarda le barriere non tariffarie. Quanto alle barriere tariffarie invece c’è un’intesa sul 97% dei casi. La Commissaria Ue per il commercio Cecilia Malmström ha annunciato che si impegnerà per fare progressi nei prossimi mesi. In questi giorni è al lavoro a Washington». 

I tempi?  
«La volontà della Commissione è quella di arrivare a un risultato prima di novembre, ma non sappiamo se sarà possibile. Le nostre preoccupazioni sono condivise anche da altre forze politiche al governo in altri Paese. Il ministro Valls, per esempio, ha detto chiaramente che l’accordo non è sulla buona strada». 

È possibile arrivare a una firma entro la fine dell’anno?  
«Dubito perché sulla base di quello che ci è stato riferito non sono stati fatti progressi in nessun capitolo».  


Si è parlato tanto della mancata trasparenza, voi l’avete denunciata e anche Greenpeace ha fatto una battaglia. E’ davvero così?  
«Gli unici documenti consultabili sono i testi negoziali. Inizialmente erano visionabili sono da 28 parlamentari, i membri di monitoraggio più i presidenti delle Commissioni. La mobilitazione ha portato alla possibilità di consultazione per tutti i parlamentari, ma si tratta di una trasparenza a metà e questo perché la consultazione è possibile in un arco temporale limitato, senza la possibilità di riprendere, duplicare e quindi senza la possibilità di condividere e verificare con degli esperti i testi che spesso trattano materie molto tecniche. Non è pensabile che un parlamentare possa valutare l’impatto dei contenuti in tutti gli ambiti». 

Quali sono i rischi principali legati al Ttip?  
«Per prima cosa una non adeguata tutela del principio di precauzione che vige in Europa ed è molto prezioso. Sui testi negoziali ci sono molte lacune su questo fronte. Un altro grosso rischio è la perdita di autonomia decisionale degli Stati con un sistema per la risoluzione delle controversie che desta grandi preoccupazioni perché mette sullo stesso piano il pubblico e il privato. Gli Stati membri si troverebbero nella condizione di non poter far fronte alle pressioni. Poi si rischia un abbassamento generale degli standard perché è difficile armonizzare, come si pensa, economie molto distanti. Il risultato rischia di essere vantaggioso per le aziende di grandi dimensioni e penalizzante per le piccole-medie imprese». 

Lei spesso cita gli effetti prodotti dal Nafta, il North American Free Trade Agreement, che negli Stati Uniti «invece dei 500 mila posti di lavoro promessi ha causato la perdita di un milione di posti. E in Messico nel solo settore agricolo la perdita di 2 milioni di posti di lavoro». Ci sono delle stime sulle possibili ricadute anche in Europa?  
«Se guardiamo gli studi ufficiali (Cepr) si stima una perdita di almeno 1,3 milioni unità. Lo studio non chiarisce se e in che modo la cifra possa essere riassorbita».  

Lei vede anche delle opportunità o è tutto da buttare?  
«Per alcune aziende e per alcuni settori ci saranno certamente delle opportunità. Si tratta, per esempio, di aziende che stanno già negoziando con gli Usa e attualmente scontano delle difficoltà legate agli standard diversi, mi viene in mente l’industria automobilistica. Ma per risolvere questi problemi non serve scomodare un trattato di queste proporzioni, basterebbe adeguare le omologazioni da un punto di vista tecnico. Il problema è che ci sono interessi più vasti che riguardano la sfera produttiva, il mondo dei servizi e degli appalti pubblici. Interessi compositi. Nel complesso il saldo non sarà positivo, l’accordo avvantaggerà i Paesi del Nord penalizzando le aziende manifatturiere. Il settore più colpito sarebbe quello agricolo. Al momento viene stimato un aumento dell’export dagli Stati Uniti del 120%, mentre l’Europa crescerebbe solo del 60%. E’ facile capire lo scenario». 

Il voto su Brexit cambia qualcosa?  
«La Commissaria Malmström dice che è ininfluente e che continuerà a negoziare, ma vorrei invitarla a riflettere considerando gli interessi forti di questi Paesi. Di sicuro questa incertezza potrebbe rallentare i negoziati abbastanza da impedire la conclusione prima delle elezioni Usa. A quel punto bisognerebbe attendere il nuovo presidente e ripartire. Questa ipotesi farebbe certamente slittare i tempi». 

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