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martedì 28 giugno 2016

CONTRO GLI SPRECHI ALIMENTARI

Vi presentiamo ‘Riconquista’, la campagna organizzata da HuffPost per porre fine al flagello degli sprechi alimentari | Jo Confino | huffingtonpost.it

huffingtonpost.it – Vi presentiamo ‘Riconquista’, la campagna organizzata da HuffPost per porre fine al flagello degli sprechi alimentari – 
C’è qualcosa di profondamente sbagliato quando un terzo dell’intera produzione alimentare destinata al consumo umano finisce perduta o sprecata, mentre più di ottocento milioni di persone vanno a letto ogni notte in preda ai morsi della fame.
E non si tratta di un’ingiustizia confinata ai paesi del mondo in via di sviluppo. In America fino al 40 per cento del cibo resta non mangiato,mentre le stime del Dipartimento degli Stati Uniti per l’Agricoltura calcolano che 15,3 milioni di bambini vivono in famiglie che non sono in grado di garantirgli l’alimentazione.
Le conseguenze degli sprechi alimentari non si fermano qui: ogni anno infatti essi producono 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra in tutto il mondo – lo dice la Food and Agriculture Organization – sfruttando più di un quarto dei terreni agricoli del pianeta, col conseguente sperpero di grandi quantità d’acqua fresca, e lasciandosi alle spalle un buco nero da 750 milioni di dollari nell’economia globale.
Il cibo che sprechiamo rischia inoltre d’andare ad aggravare le tensioni politiche globali. Il World Economic Forum avverte infatti che le carenze alimentari rappresentano uno dei più grossi rischi per la stabilità globale del prossimo decennio, man mano che i paesi vengono investiti dai mutamenti climatici.
Per tutte queste ragioni e altre ancora da questo martedì in poi l’Huffington Post lancia una campagna per illustrare le proporzioni degli sprechi alimentari, e cosa ancor più importante per lavorare in collaborazione con voi, i nostri lettori, per ridurli.
Il nome della nostra campagna è “Riconquista”, che vuol dire riconquistare quanto è stato perso. In tale contesto, assume un doppio significato. Riconquistare il potere dei cittadini d’apportare un cambiamento concreto nella società, e riconquistare il nostro amore per il cibo.
Ciò significa andare ben oltre quei 175 milioni e passa di post sul #food che campeggiano su Instagram, per ristabilire una più profonda comprensione, e un più profondo legame, coi magnifici frutti di questa terra, dai quali tutte le nostre vite dipendono.
Siamo convinti che sia arrivato il momento d’agire perché dopo anni d’inedia governi, istituzioni e individui si stanno finalmente rendendo conto di questo problema, e stanno cominciando a darsi da fare.
Su una scala globale, sono 193 i Paesi che hanno ratificato gli obiettivi di sviluppo sostenibile, fra i quali si colloca l’impegno a dimezzare entro quattordici anni lo spreco globale di cibo pro capite al livello del commerciante e del consumatore, e a ridurre la quantità di cibo che va perso al livello della produzione e della distribuzione, incluso il dopo-raccolto.
Abbiamo visto Paesi ed aziende in tutta Europa cominciare ad affrontare la questione. Agli inizi dell’anno la Francia ne ha messo in luce le potenzialità diventando il primo Paese del mondo ad aver proibito ai supermercati di gettare via il cibo invenduto. Al contrario son tenuti a donarlo alle associazioni di beneficenza e alle banche del cibo.
Intanto la più grande catena d’alimentari del Regno Unito, Tesco, sta rivelando pubblicamente i propri dati sulla quantità di cibo sprecato, e a marzo ha cominciato a mettere in vendita una gamma di verdure “brutte” chiamate ‘perfettamente imperfette’ in duecento dei suoi punti vendita. S’è inoltre impegnata a donare tutto il proprio cibo invenduto in beneficienza entro la fine del 2017. Al contrario gli Stati Uniti sono ancora un gigante dormiente.
Noi vogliamo cambiare le cose chiedendo il vostro sostegno per aiutarci ad ottenere due obiettivi iniziali fondamentali, che siamo convinti contribuiranno a sbloccare mutamenti più significativi nel prossimo futuro.
Il primo è quello d’incoraggiare Walmart, il più grande supermercato del Paese, a seguire l’esempio europeo cominciando a vender frutta e verdura d’aspetto imperfetto che normalmente andrebbe sprecata.
Se ci si sofferma a riflettere sulla questione, il fatto che del cibo perfettamente sano e nutriente venga rifiutato dalle catene di alimentari per il semplice fatto che non si conforma a un qualche ideale di taglia o d’aspetto è pura follia.
Per i consumatori c’è il vantaggio aggiuntivo che quei prodotti imperfetti costano spesso un terzo in meno. Stiamo collaborando con change.org, la piattaforma online per le petizioni, e con l’organizzazione che ha avviato la campagna EndFoodWaste.org per raccogliere una quantità di firme sufficiente a convincere Walmart a ri-innamorarsi della frutta e verdura “brutta”, cominciando così a esporla in tutti gli Stati Uniti.
La ragione per cui ci stiamo concentrando su Walmart è che è già un leader nel movimento per la sostenibilità aziendale, e siamo convinti che abbia l’intenzione di fare la cosa giusta. Ciò di cui ha bisogno è un po’ d’incoraggiamento, e di vedere che ai propri clienti la questione importa.
L’altra ragione è che Walmart ha un tale gigantesco potere d’acquisto da aver la capacità di creare o trasformare interi mercati nel momento in cui decide d’agire con forza.
Abbiamo prove sufficienti del fatto che le petizioni funzionano. Jordan Figueiredo, fondatore di UglyFruitandVeg.org, è già riuscito a convincere Whole Foods a cominciare un periodo di prova mettendo in vendita prodotti “brutti”, dopo aver raccolto più di 110 mila firme.
“Coi suoi oltre 4200 punti vendita in tutti gli Stati Uniti noi chiediamo a Walmart, una delle più grandi catene americane, di fare qualcosa di semplice, efficace e vantaggioso per il portafoglio di commercianti e clienti”, si sostiene nella petizione.
“Un americano su sei non gode della sicurezza alimentare, e l’alimentazione di più di quattro su cinque è carente di prodotti agricoli. Di fronte a simili statistiche incoraggiare lo spreco di cibo buono, sano e perfettamente mangiabile è un atto semplicemente irresponsabile”.
La seconda parte della nostra campagna, che partirà il mese prossimo, sarà dedicata a convincere le catene degli alimentari a porre fine alla confusione sulle date di scadenza negli Stati Uniti, per colpa della quale enormi quantità di cibo finiscono nella spazzatura.
Non è affatto sorprendente che la gente si senta confusa da tutte quelle etichette: “Da vendersi entro”, “da adoperare entro”, “da consumare preferibilmente entro”, spesso celate a caratteri minuscoli sulle confezioni. E questo perché nessuna di quelle etichette rappresenta necessariamente un’indicazione efficace del fatto che il cibo sia ancora buono da mangiare.
Collaboreremo con feedback.org, che gode del sostegno della Rockefeller Foundation, per convincere i commercianti a concordare su un codice comune volontario per le etichette di scadenza degli alimenti, che a sua volta servirà a dare man forte a quei membri del Congresso che cercano di fissarne lo standard nazionale.
Oltre a incoraggiare altri ad agire stiamo inoltre avviando una sfida di trenta giorni per aiutarvi a ridurre i vostri stessi sprechi. Che includerà consigli per l’acquisto e la cucina: dal come preparare il brodo vegetale cogli avanzi al come trasformare i biscotti vecchi in una fantastica torta.
La nostra campagna contro gli sprechi alimentari non è che l’ennesimo frutto della nostra iniziativa globale “Funziona!”, che aspira a fornire al nostro pubblico la forza necessaria a cambiare il mondo in meglio, presentandogli l’arte del possibile.
È l’antidoto all’attenzione rivolta da gran parte delle notizie ai lati negativi, che può portare i cittadini a sentirsi travolti e disimpegnati — cioè esattamente il contrario di ciò di cui abbiamo bisogno.

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