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mercoledì 1 marzo 2017

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IL VOUCHERISTA

Sei un voucherista? Se ti va bene avrai 200 euro di pensione – ilmanifesto.it

ilmanifesto.it/ – Sei un voucherista? Se ti va bene avrai 200 euro di pensioneLavoro usa e getta. Rapporto Inca Cgil: chi è retribuito con i ticket si trova in fondo alla piramide del precariato. Meno tutele di partite Iva e collaboratori. La polemica sui 50 centesimi richiesti dall’Inps per il servizio. Cgil: cosa pagano di preciso? – 
Per i voucheristi è allarme pensione. Se un assegno previdenziale dignitoso, con il sistema contributivo, è già una chimera per tanti che si arrabattano tra contratti a termine, collaborazioni e partite Iva, se andiamo a guardare chi lavora esclusivamente con gli ormai famigerati ticket sembra quasi impossibile anche solo ipotizzarlo, un reddito da vecchiaia.
La denuncia viene dall’Inca Cgil, che nel rapporto Voucher: “buoni” per oscurare lavoro e tutele traccia previsioni drammatiche: il futuro assegno pensionistico dei voucheristi sarà in media di 208 euro mensili, meno della metà della pensione sociale (circa 500 euro).
La Cgil, presentando i dati, ha aperto poi un nuovo fronte polemico contro l’Inps: 50 centesimi per ogni buono acquistato vanno all’ente guidato da Tito Boeri, ma non concorrono a coprire contributi. Si tratta di una specie di «aggio», attacca il sindacato, una commissione (piuttosto alta, pari al 5%) paragonabile a quella pretesa da Equitalia.
IMPIETOSO IL CONFRONTO tra l’assegno dei voucheristi e quello di quattro altre categorie del variegato panorama italiano. Ipotizzando un reddito annuale lordo di 9.333 euro (la soglia massima consentita per i percettori di ticket, pari a 7 mila euro netti), l’importo medio della futura pensione del voucherista sarà pari a 208,35 euro: pari cioè a circa la metà di quella di un lavoratore a partita Iva (402,52 euro), e nettamente più bassa di quella di un collaboratore (526,15 euro), di un dipendente part time (528,89), di un lavoratore agricolo (1019,98). E nota bene: si sono scelte tipologie già in fondo alla piramide dei redditi, quindi il voucherista sta proprio sotto terra: all’inferno.
Ultimo tassello del quadro, già disastroso: per maturare il requisito minimo di 20 anni di anzianità contributiva il voucherista – come il titolare di partita Iva e il collaboratore – deve lavorare per almeno 35 anni. Infatti, con un reddito di 9.333 euro «copre» solo 7 mesi di contribuzione. Gli appartenenti alle tre categorie non potranno comunque andare in pensione prima dei 70 anni.
NON PARLIAMO DI tutele come la malattia, la maternità, l’invalidità, la reversibilità: se collaboratori e partite Iva, dopo anni di proteste, in qualche modo le hanno conquistate, i voucheristi sono i paria dei paria. Semplicemente non hanno nulla di tutto questo.
Riscuotendo i 7,50 euro per ogni ticket magari ti riuscirai a pagare pranzo e cena – qualche bolletta se proprio vogliamo stare larghi – ma se ti ammali o se fai un figlio per il tuo datore di lavoro e per lo Stato non esisti più: fai spazio, avanti un altro, sarà lui a ritirare il salario dal tabaccaio.
L’INFORTUNIO formalmente è coperto (0,70 centesimi del buono vanno all’Inail, mentre 1,30 euro vanno all’Inps per le prestazioni previdenziali), ma di fatto – denuncia la Cgil – non è così: in genere le imprese non denunciano gli infortuni e corrono ai ripari solo quando l’incidente è grave e, dunque, non camuffabile con una semplice malattia (per la quale, è bene ricordarlo, non c’è tutela alcuna).
Nell’aprile 2016 l’Inail ha lanciato un allarme sottolineando come quasi sempre il pagamento del primo voucher coincida con il giorno della denuncia di infortunio da parte dell’impresa, senza essere preceduto insomma da alcun tipo di rapporto di lavoro: gli imprenditori lo tirano fuori dal cassetto quando è necessario a coprire con una pezza attività prestate in nero.
Quanto ai dati generali, l’Inca ha ricordato che l’anno scorso sono stati riscossi 133,8 milioni di voucher (142 milioni quelli venduti), in netto aumento rispetto ai 115 milioni del 2015 (+23,9%). Il trend si è rallentato dopo la «tracciabilità» introdotta da Poletti a fine 2016 (il dato di gennaio parla di una crescita del 3,9%), ma la previsione per quest’anno – secondo Fulvio Fammoni della Fondazione di Vittorio della Cgil – potrebbe sfiorare i 150 milioni.
La media di età, che nel 2008 era di circa 60 anni (ed erano stati venduti solo 500 mila voucher: ma erano ancora attive tutte le rigide limitazioni della legge Biagi), oggi è scesa a 36 anni. Circa i due terzi vengono utilizzati dalle imprese, un terzo dalle famiglie. Dati che testimoniano che i buoni lavoro vengono usati per sostituire lavoro che potrebbe essere contrattualizzato.
PRESENTANDO la ricerca dell’Inca, la segretaria della Cgil Susanna Camusso ha ripetuto la richiesta al governo di fissare una data per il referendum. Infine, dopo mesi di botte e risposte con Tito Boeri (conclusi con la consegna della famosa lista delle 200 aziende che utilizzano i voucher, di cui il manifesto ha pubblicato la prima quindicina) si è aperto il nuovo fronte polemico con l’Inps: chiarisca a cosa servono i 50 centesimi che mette in cassa per ogni ticket venduto: nel 2016, solo questa voce ha generato 67 milioni di euro di incassi per l’Inps.

MONDO MERCE

Il mondo non è una merce

Il prodotto del capitale, risultato di una astuzia o di una frode commerciale, e quasi sempre di uno sfruttamento della forza dei lavoratori, è considerato ancora simile all’accrescimento di una pianta. È tempo di decrescita.
Articolo di Serge Latouche
Fare della decrescita, come hanno fatto certi autori, una variante dello sviluppo sostenibile, costituisce un controsenso storico, teorico e politico sul significato e sulla portata del progetto. La necessità, provata da tutta una corrente dell’ecologia politica e dei critici dello sviluppo, di rompere con il linguaggio fasullo dello sviluppo sostenibile, ha portato a lanciare, quasi per caso, la parola d’ordine della decrescita. All’inizio, quindi, non si trattava di un concetto, e in ogni caso di una idea simmetrica a quella della crescita, ma di uno slogan politico di provocazione, il cui contenuto era soprattutto diretto a far ritrovare il senso dei limiti; in particolare, la decrescita non è una recessione e neppure una crescita negativa. La parola quindi non deve essere presa in considerazione alla lettera: decrescere solo per decrescere sarebbe altrettanto assurdo di crescere soltanto per crescere. Tuttavia, i decrescenti volevano far crescere la qualità della vita, dell’aria, dell’acqua e di una pluralità di cose che la crescita per la crescita ha distrutto. Per parlare in modo più rigoroso, si dovrebbe indubbiamente usare il termine a-crescita, con l’ «a» privativo greco, come si parla di ateismo. In quanto si tratta, d’altronde, esattamente di abbandonare una fede e una religione. È necessario diventare degli atei della crescita e dell’economia, degli agnostici del progresso e dello sviluppo. La rottura della decrescita incide quindi insieme sulle parole e sulle cose, implica una decolonizzazione dell’immaginario e la realizzazione di un altro mondo possibile.
La rottura con il produttivismo e la truffa dello sviluppo sostenibile
Seppure esiste un certo margine di incertezza nel concatenersi degli avvenimenti, l’emergere di un movimento radicale che propone una alternativa reale alla società dei consumi e al dogma della crescita, rispondeva sicuramente a una necessità che non è certo esagerato definire storica. Di fronte al trionfo dell’ultra liberalismo e all’arrogante affermazione della famosa Tina (acronimo di There is non alternative, non vi sono alternative) da parte della Margaret Thatcher, le piccole massonerie che si opponevano allo sviluppo e che auspicavano il rispetto dell’ecologia non potevano più accontentarsi di una critica teorica quasi confidenziale usata solo dai sostenitori del terzomondismo.
Inoltre l’altra faccia del trionfo dell’ideologia del pensiero unico non era altro che lo slogan consensuale dello «sviluppo sostenibile», un bell’ossimoro lanciato dal Pnue (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) per tentare di salvare la religione della crescita che doveva fronteggiare la crisi ecologica, e visione nella quale il movimento antiglobalizzazione sembrava essere perfettamente a suo agio. Diventava urgente contrapporre al capitalismo di mercato globalizzato un altro progetto di civilizzazione, o, più esattamente, di dare visibilità ad un disegno, da tempo in gestazione, ma che si evolveva in modo molto nascosto, quasi sotterraneo. Il movimento che prende il nome della decrescita trova il suo atto di nascita durante il colloquio «Disfare lo sviluppo, rifare il mondo», che si è tenuto all’Unesco nel marzo del 2002, una avventura culturale confermata dalla nascita, qualche mese più tardi, del giornale La décroissance che le ha procurato un eco più diffuso.
Diventato rapidamente la bandiera sotto la quale raccogliersi di tutti coloro che aspirano a costruire una reale alternativa a una società di consumo ecologicamente e socialmente insostenibile, la decrescita costituisce ormai uno spettacolo significativo per rendere evidente la necessità di una rottura rispetto alla società della crescita e per far emergere una civilizzazione basata su una abbondanza frugale. La rottura con lo sviluppismo, forma di produttivismo da offrire in uso ai Paesi cosiddetti in via di sviluppo, è stata quindi la base fondante di questo progetto alternativo. Ciò si è dapprima manifestato sotto forma di denuncia dell’etnocentrismo del concetto di sviluppo, prima ancora della rottura nei confronti del produttivismo come logica distruttiva dell’ambiente. Su questo punto, il contributo degli antropologi (Marcel Mauss, Karl Polanyi, Marshall Salhins, ad esempio), ignorato dagli economisti, è stato fondamentale.
Si tratta allora, con la decrescita di un altro paradigma economico, che contesta l’ortodossia neoclassica confrontabile con ciò che è stato il keynesismo a suo tempo? Questo è il significato che tentano di attribuirgli certe persone sulla scia del progetto di Bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen. È chiaro che esistono altre politiche economiche possibili diverse dall’austerità imposta da Bruxelles all’interno di una società della crescita. Il periodo chiamato «i trenta gloriosi», (1945-1975) che ha visto il trionfo della regolamentazione keyneso-fordita ne costituisce la prova. Tuttavia, in una società della crescita senza una crescita, cioè la situazione in cui si trovano attualmente i paesi industrializzati, le politiche economiche alternative a quelle di ispirazione neo-liberista, sembrano impossibili da realizzare senza rimettere in causa il sistema economico e/o aggravare la crisi ecologica.
La denuncia della truffa dello sviluppo sostenibile è fondamentale per comprendere la necessità della rottura che la decrescita comporta e comprenderne tuta la portata. Questa, in effetti, è insieme un ossimoro e un pleonasma. Un ossimoro perché in realtà ne la crescita ne lo sviluppo sono in alcun modo sostenibili o durevoli. Questo è ciò che dimostra l’ecologia ed è il contributo di Nicholas Georgescu- Roegen: «Una crescita infinità è incompatibile con un pianeta finito». Un pleonasma, perché Walt Whitman Rostow ne Le tappe della crescita economica definisce lo sviluppo come una «crescita che si autosostiene», che sarebbe come dire che una crescita sostenibile o durevole, è  una crescita durevole che dura.
Contrariamente a quanto sostengono alcuni dei suoi difensori, lo sviluppo sostenibile non si è allontanato dal suo significato e dalla sua funzione originali. Inventata, secondo la leggenda, da alcuni sinceri ecologisti, il progetto sarebbe stato deviato da alcune cattive imprese transnazionalipreoccupate per il green washing, la spinta a mostrare un aspetto ecologico, e da responsabili politici senza scrupoli. Questo mito, che è duro a morire, non resiste all’analisi dei fatti. Lo sviluppo sostenibile fu lanciato esattamente come una marca di detersivo e con una accurata sceneggiatura, alla Conferenza di Rio del giugno 1992, da un buono, Maurice Strong segretario del Pnud. Poiché l’operazione seduttiva è pienamente riuscita al di la delle aspettative, le folle sono cadute nella trappola, inclusi gli intellettuali critici di Attac e gli ecologisti. Verso la fine degli anni Settanta, lo sviluppo sostenibile si è imposto contro l’espressione più neutra di «ecosviluppo» , adottata nel 1972 alla Coferenza di Stoccolma, sotto la pressione della lobby industriale statunitense e grazie all’intervento personale di Henry kissinger. L’ecosviluppo sembrava troppo «ecologico» e  poco «sviluppo» , soprattutto dopo che il paesi del Sud del Mondo se ne sono impadroniti alla conferenza di Cocoyoc del 1974, con lo scopo di rivendicare un nuovo ordine economico internazionale.
Lo sviluppo sostenibile del quale si ritrova l’invocazione in tutti i programmi politici, «ha solo la funzione – precisa Hervè Kempf – di mantenere i profitti e di evitare il cambiamento delle abitudini, modificando appena la superficie». Il fatto che il principale promotore dello sviluppo sostenibile, Stephan Schmidheiny, si sia rivelato un assassino seriale è quasi troppo bello per coloro che da anni si scagliano violentemente contro questo pseudo concetto per denunciare l’intera truffa. Questo miliardario svizzero, fondatore del World Business Council for Sustainable Development, eroe di Rio 1992e che si presenta sul suo sito come filantropo, non è altro che l’ex-proprietario dell’impresa Eternit, chiamata in causa durante il processo per l’amianto di Casale Monferrato. L’industriale condannato dal tribunale di Milano a sedici anni di prigione e il paladino dell’ecologia industriale e della responsabilità sociale di impresa si sono scoperti essere la stessa identica persona.
Il progetto della decrescita non è ne quello di un’altra crescita, né quello di un altro sviluppo (sostenibile, sociale, solidale, ecc.). Esige di uscire dalla religione della crescita, ma questo aspetto merita di essere spiegato meglio. La crescita è un fenomeno naturale e in quanto tale è indiscutibile. Il ciclo biologico della nascita, dello sviluppo, della maturazione, del declino e della morte degli esseri viventi e la loro riproduzione sono anche la condizione della sopravvivenza della specie umana, che che deve metabolizzarsi con il suo contesto vegetale e animale. Gli uomini con molta naturalezza hanno celebrato le forze cosmiche che garantivano il loro benessere nella forma simbolica del riconoscimento di questa interdipendenza e del loro debito verso la natura per tutti questi aspetti.
Il problema nasce quando la distanza tra il simbolico e il reale scompare. Mentre tutte le società umane hanno dedicato un culto giustificato alla crescita, solo l’Occidente moderno ne ha fatto la sua religione.Il prodotto del capitale, risultato di una astuzia o di una frode commerciale, e quasi sempre di uno sfruttamento della forza dei lavoratori, è considerato simile all’accrescimento di una pianta. Con il capitalismo l’organismo economico, cioè l’organizzazione della sopravvivenza della società, non più in simbiosi con la natura, ma attraverso un suo sfruttamento senza pietà, deve crescere in modo infinito, come deve crescere il suo feticcio, il capitale. La riproduzione del capitale/economia mettono insieme, confondendoli, la fecondità e l’accrescimento, il tasso di interesse e il tasso di crescita.
Questa apoteosi dell’economia/capitale si trasforma nel fantasma dell’immortalità della società dei consumi. È in questo modo che noi viviamo nella società della crescita. La società della crescita può essere definita come una società dominata da una economia della crescita e che tende a lasciarsene assorbire. La crescita per la crescita diventa così l’obiettivo primordiale se non addirittura l’unico dell’economia e della vita. Non si tratta più di crescere per soddisfare dei bisogni riconosciuti, cosa che sarebbe ancora positiva, ma di crescere per crescere. La società dei consumi è l’approdo normale di una società della crescita. Ciò si basa su una triplice mancanza di limiti: una produzione senza limiti e quindi sonoillimitati anche i prelievi delle risorse, rinnovabili e non rinnovabili; assenza di limiti nei consumi, e quindi anche nella produzione di bisogni e di prodotti superflui; mancanza di limiti nella produzione di rifiuti e quindi nelle emissioni di scarichi e di inquinanti (dell’aria, della terra e dell’acqua).
Per essere sostenibile e durevole, qualunque società deve porsi dei limiti. Ora, la nostra, si vanta di essersi liberata da qualunque vincolo e ha optato per la dismisura. Certo, nella natura umana esiste qualche elemento che spinge l’uomo a superarsi continuamente. Ciò costituisce insieme la sua grandezza e una minaccia. Così tutte le società, eccetto la nostra, hanno cercato di canalizzare questa capacità e di farla lavorare per il bene comune. In effetti, quando la si spende nello sport non commercializzato, questa aspirazione può non essere nociva. Viceversa, essa diviene distruttiva quando si lascia libero corso alla pulsione dell’avidità («ricercare sempre qualcosa in più») nell’accumulazione di merci e di denaro. Si deve quindi ritrovare il senso del limite per garantire la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta. Con la decrescita, si intende uscire da una società fagocitata dal feticismo della crescita. E per questo la decolonizzazione dell’immaginario è indispensabile.
Il progetto di una società dell’abbondanza frugale
La parola decrescita indica ormai un progetto alternativo complesso e che possiede una portata analitica e politica che non può essere contestata. Si tratta di costruire un’altra società, una società dell’abbondanza frugale, una società post-crescita (Niko Paech), cioè della prosperità senza crescita (Tim Jackson). In altre parole, non si tratta di creare all’improvviso un progetto economico, fosse pure di un’altra economia, ma un progetto societario che comporta di uscire dall’economia come realtà e come logica imperialista. Ciò che viene prima è dunque la decolonizzazione dell’immaginario.
L’idea e il progetto della decolonizzazione dell’immaginario hanno due fonti principali: la filosofia di Cornelius Castoriadis da una parte e la critica antropologica dell’imperialismo dall’altra. Queste due fonti si trovano in modo molto naturale, a fianco della critica ecologica, alle origine della decrescita. In Castoriadis l’accento è posto naturalmente sull’immaginario, mentre negli antropologi dell’imperialismo riguarda la decolonizzazione. Per cercare di pensare ad una uscita dall’immaginario dominante, si deve in primo luogo riandare al modo con il quale ci siamo entrati, vale a dire al processo di economicizzazione degli spiriti che si è verificato nello stesso momento della mercificazione del mondo. Per Castoriadis, come per noi, l’incredibile resilienza ideologica dello sviluppo si fonda su una non meno stupefacente resilienza del progresso. Come lo esprime mirabilmente:
«Nessuno più crede veramente nel progresso. Tutti vogliono avere qualcosa in più nell’anno successivo, ma nessuno crede che la felicità dell’umanità consista veramente nella crescita del 3 per cento all’anno del livello dei consumi. L’immaginario della crescita è certamente sempre lì: è sicuramente il solo che resiste nel mondo occidentale. L’uomo occidentale non crede più a nulla, se non nel fatto che potrà avere presto un televisore ad alta definizione» .
D’altra parte, nell’analisi dei rapporti Nord/Sud, la forma di sradicamento di una credenza si formula volentieri attraverso la metafora della decolonizzazione. Il termine colonizzazione, utilizzato correntemente dall’antropologia antimperialista per quanto riguarda le mentalità, si ritrova nel titolo di numerose opere. Ad esempio, Serge Gruzinski pubblica, nel 1988, La colonizzazione dell’immaginario, il cui sottotitolo evoca anche il processo di occidentalizzazione.
Con la crescita e lo sviluppo, si tratta proprio di avviare un processo di conversione delle mentalità, quindi di natura ideologica e quasi religiosa, diretto a fondare l’immaginario del progresso e dell’economia, ma la violazione dell’immaginarioper riprendere la bella espressione di Aminata Traorè, rimane simbolica. Con la colonizzazione dell’immaginario in Occidente, noi abbiamo a che fare con una invasione mentale di cui noi siamo le vittime ma anche gli agenti. Si tratta ampiamente di una autocolonizzazione, di una servitù in parte volontaria.
La decolonizzazione dell’immaginario comporta quindi all’inizio, ma non soltanto, un cambiamento della logica o del paradigma, o, ancora, una vera e propria rivoluzione culturale. Si tratta di uscire dall’economia, di cambiare i valori, e qundi, in qualche modo, di disoccidentarsiE precisamente il programma sviluppato nel progetto sul dopo sviluppo dei «partigiani» della decrescita. Il problema dell’uscita dall’immaginario dominante o colonialeper gli antropologi antimperialisti, come per noi, è una questione centrale, ma molto difficile, perché non si può decidere di cambiare il proprio immaginario, e ancora meno quello degli altri, soprattutto se essi sono «dipendenti» dalla droga della crescita. La cura di disintossicazione non è completamente possibile fino a quando la società della decrescita non è stata realizzata. Si dovrebbe preliminarmente essere usciti dalla società dei consumi e dal suo regime di «cretinizzazione civica», cosa che ci blocca dentro un cerchio che occorre rompere.
Denunciare l’aggressione pubblicitaria, oggi veicolo dell’ideologia, costituisce certamente il punto di partenza della controffensiva diretta a uscire da ciò che Castoriadis chiama «l’onanismo consumistico e televisivo». Il fatto che il giornale La décroissance sia edito dall’associazione Casseurs de pub , distruttori della pubblicità, non è certamente dovuto al caso poiché la pubblicità costituisce una forza essenziale nella società della crescita, e il movimento degli  obiettori della crescita è largamente e naturalmente connesso con la resistenza all’aggressione pubblicitaria.
Infine, la decrescita non è l’alternativama una matrice di alternative che riapre l’avventura umana a una pluralità di destini e lo spazio della creatività sollevando la cappa di piombo del totalitarismo economico. Si tratta di uscire dal paradigma dell’homo oeconomicus o dell’uomo a una dimensione di Marcuse, principale fonte dell’uniformatizzazione planetaria e del suicidio delle culture. Ne consegue che la società della a-crescita non si affermerà nello stesso modo in Europa, nell’Africa a sud del Sahara, oppure in America Latina, nel Texas e nel Chiapas, nel Senegal e nel Portogallo. Ciò che importa è favorire o ritrovare la diversità e il pluralismo. Non si può dunque proporre un modello chiavi in mano di una società della decrescita, ma solamente un abbozzo degli elementi fondamentali di qualunque società non produttivista sostenibile e degli esempi concreti di programmi di transizione.
Di sicuro, come in tutte le società umane, una società della decrescita dovrà organizzare la produzione necessaria per la sua vita e a questo scopo dovrà utilizzare in modo ragionevole le risorse offerte dal proprio ambiente e consumarle attraverso la realizzazione di beni materiali e di servizi, ma un pò come le società dell’abbondanza dell’età della pietra, descritte da Marshall Salhins, che non sono mai entrate nell’epoca dell’economia. Essa non lo farà costretta nel busto di ferro della rarità, dei bisogni, del calcolo economico e dell’homo oeconomicus. Queste basi immaginarie dell’istituzione dell’economia devono anche essere rimesse in discussione. Come aveva ben visto ai suoi tempi il sociologo Jean Baudrillard, il consumerismo genera «una pauperizzazione psicologica», uno stato di insoddisfazione generalizzato, che, egli dice, «definisce la società della crescita come il contrario di una società dell’abbondanza».
La frugalità ritrovata permette di ricostruire una società dell’abbondanza sulla base di quella che Ivan Illich definiva la «sussistenza moderna». Vale a dire »un modo di vivere in una economia post-industriale all’interno della quale le persone possono ridurre la loro dipendenza rispetto al mercato , e dove sono pervenuti proteggendo – con dei mezzi politici – una infrastruttura nella quale le tecniche e gli strumenti servono, in primo luogo, a creare dei valori d’uso non quantificati e non quantificabili dai fabbricanti professionisti di bisogni». Su questa base si è imposta l’idea che una società senza crescita che sia sostenibile, giusta e prospera non può essere che frugale.
L’abbondanza frugale quindi non è più un ossimoro ma una necessità logica. «La scelta (…), nota intelligentemente Jacques Ellul, è tra una austerità subita, ingiusta, imposta dalle circostanze sfavorevoli, e una frugalità comune, generale, volontaria e organizzata, che deriva da una scelta più di libertà e meno di consumo di beni materiali. Essa sarà legata ad un consumo diffuso di beni di base (…) una abbondanza frugale».
Se l’orizzonte di senso così definito e sintetizzato nella forma dei cerchi virtuosi delle 8R (Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocaliazzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare) presuppone una rottura veramente rivoluzionaria, i programmi di transizione saranno necessariamente riformisti. Di conseguenza, molte delle proposte «alternative» che non  rivendicano esplicitamente la decrescita possono trovare un loro spazio. La decrescita offre così un quadro generale che da un senso a numerose lotte settoriali o locali favorendo dei compromessi strategici e delle alleanze tattiche.
Uscire dall’immaginario economico implica tuttavia delle rotture molto concrete. Si tratterà di fissare delle regole che inquadrino e limitino lo scatenarsi delle avidità degli operatori (ricerca del profitto, del sempre di più): protezionismo ecologico e sociale, legislazione del lavoro, limitazioni delle dimensioni delle imprese,ecc. E in primo luogo, la «demercificazione» di quelle tre merci fittizie (nel senso di Polanyi) che sono il lavoro, la terra e la moneta. Il loro ritiro dal mercato globalizzato segnerebbe il punto di inizio di una reincorporazione/reincastramento dell’economico nel sociale, nello stesso tempo di una lotta contro lo spirito del capitalismo. La ridefinizione della felicità come «abbondanza frugale in una società solidale» corrispondente alla rottura creata dal progetto della decrescita presuppone di uscire dal cerchio infernale della creazione illimitata dei bisogni e dei consumi e dalla frustrazione crescente che esso comporta. L’autolimitazione è la condizione per conseguire una prosperità senza crescita ed evitare in questo modo l’annientamento della civilizzazione umana.
Conclusione 
I recenti dibattiti sulla significatività degli indicatori di ricchezza, hanno avuto il merito di ricordare l’inconsistenza del prodotto interno lordo, il Pil, come indice che possa permettere di misurare il benessere, mentre costituisce il simbolo feticcio indissolubilmente funzionale alla società della crescita. Non ci si è abbastanza accorti in quell’occasione che è la stessa inconsistenza ontologica dell’economia che è messa in evidenza nello stesso momento. Criticando il Pil, sono le fondamenta stesse della fede nell’economia o dell’eonomia come religione che vengono ridotte in pezzi. L’economia come discorso presuppone il suo oggetto, la vita economica che non esiste come tale soltanto in grazia ad essa. In effetti, quale che sia la definizione di economia politica che si è scelta, quella dei classici (produzione, distribuzione, consumo) o quella dei neoclassici (allocazione ottimale delle risorse rare di uso alternativo), l’economia esiste solo a condizione di presupporre se stessa.
Il campo specifico della pratica e della teoria perseguite non può essere delimitato se la ricchezza come l’allocazione delle risorse concernono soltanto l’economia. Garry Becker è più coerente quando afferma che tutto ciò che costituisce l’oggetto di un desiderio umano fa di diritto parte dell’economia, salvo che se tutto è economico, niente lo è. In questo caso, la quantificazione totale del sociale e l’ossessione calcolatrice che egli descrive non sono che il risultato di un colpo di mano, quello della istituzione del capitalismo come mercificazione totale del mondo. È proprio contro questo progetto di trasformazione del mondo in merci che la globalizzazione ha largamente contribuito a realizzare che intende reagire il movimento della decrescita.
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* Intervento preparato per un incontro promosso a Dublino (il 24 e 25 febbraio  2017) dal titolo “La via della decrescita come risposta all’inganno dello sviluppo sostenibile”.
Traduzione per Comune di Alberto Castagnola.

COSI' VIVE UNA GALLINA

Galline ammassate in gabbie minuscole, tra escrementi e topi. Animal Equality denuncia allevamento lombardo

02:54
Animal Equality, tra le principali ong animaliste del mondo, ha diffuso un’indagine sulla produzione intensiva di uovaprovenienti da galline allevate in gabbia in Italia. Il video, che mostra le modalità di prigionia di decine di migliaia di galline in un capannone lombardo, è agghiacciante. Al suo interno, gli investigatori sotto copertura di Animal Equality si sono imbattuti in uno scenario horror: le galline vivono tutta la vita in minuscole gabbie di metallo, ammassate in spazi talmente angusti da non riuscire a esprimere nessun comportamento naturale, né a spiegare completamente le ali. Costrette a camminare su una superficie inclinata di rete metallica, con il tempo subiscono inoltre gravi danni alle zampe, e impossibilitate come sono a raspare il terreno, i loro artigli lievitano a dismisura. Le galline cercano comunque di muoversi, e finiscono perciò per provocarsi ferite dolorose che non ricevono attenzioni o cure veterinarie. Quelle morte invece sono lasciate nelle gabbie a decomporsi vicino alle compagne ancora vive. L’assenza di luce naturale, il sovraffollamento, l’aria resa irrespirabile e nociva dallo spesso strato di deiezioni ristagnanti provocano loro uno stress indicibile che si manifesta sotto forma di cannibalismo, perdita delle piume e caduta della cresta.
Animal Equality, che ha presentato un esposto al Comando unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare della provincia di Mantova per denunciare l’allevamento esaminato, ha chiamato in causa anche il Ministero della Sanità e i Nas perché questa macabra scoperta riguarda potenzialmente tutti i consumatori: “Le condizioni igienico-sanitarie riscontrate all’interno di queste strutture sono assolutamente terrificanti: ratti in decomposizione a stretto contatto con le galline, uova completamente infestate di larve e insetti – sostiene l’Ong – E purtroppo la nostra scoperta rappresenta la situazione standard all’interno dell’industria delle uova. Sono queste le condizioni in cui vivono circa 50 milioni di galline ovaiole nel nostro Paese”. La speranza è quella di arrivare al più presto all’abolizione dell’uso crudele delle gabbie negli allevamenti italiani. Animal Equality invita quindi a firmare la petizione sul sito www.ilveroprezzodelleuova.it.

E' MORTO PUCCI DI FIRENZE

Mostro di Firenze, morto Fernando Pucci l’ultimo compagno di merende

Mostro di Firenze, morto Fernando Pucci l’ultimo compagno di merende
CRONACA
Il decesso è avvenuto in un ospizio per cause naturali domenica scorsa e la notizia si è diffusa dopo i funerali. Con la sua testimonianza sul duplice omicidio di Scopeti (1985) confermò il racconto di Lotti, il pentito che stimolò le indagini che dal 1995-96 seguirono la tesi del 'team omicida'
È morto a San Casciano (Firenze) Fernando Pucci, ultimo dei ‘compagni di merende’ con Pietro Pacciani (nella foto), Mario Vanni e Giancarlo Lotti e definito teste alfa nel codice che si dettero gli inquirenti. Pucci aveva 86 anni. Il decesso è avvenuto in un ospizio per cause naturali domenica scorsa e la notizia si è diffusa dopo i funerali. Con la sua testimonianza sul duplice omicidio di Scopeti (1985) confermò il racconto di Lotti, il pentito che stimolò le indagini che dal 1995-96 seguirono la tesi del ‘team omicida’. Dopo un reportage del documentarista Paolo Cochi si ipotizzò che quel delitto potesse essere retrodatato di un giorno: non l’8 settembre 1985, di domenica sera, ma il giorno o due giorni dopo. Pucci, affetto da una deficienza mentale, fu considerato testimone attendibile durante il giudizio. Chiamato in causa da Lotti, disse di aver visto Pacciani, armato di pistola, e Vanni, armato di coltello, sul luogo del delitto. Sempre Pucci raccontò che Pacciani e Vanni invitarono lui e Lotti ad andare via per non essere uccisi anche loro.
Sul caso del mostro di Firenze e dei duplici omicidi delle coppiette non si è mai smesso di indagare. L’anno scorso per esempio a quasi 30 anni di distanza dall’ultima volta che ha sparò, nel 1985, si era tornato a parlare della Beretta calibro 22 usata. Perché un’arma dello stesso tipo era stata infatti trovata da una turista, a Ferragosto, durante una passeggiata nei pressi di un torrente a Madonna dei Tre Fiumi, una località vicino a Ronta, nel Mugello: una delle zone in cui aveva colpito il maniaco assassino. Due anni fa invece ripresero le indagini, a condurle non piàù la polizia di Stato ma il  Ros dei carabinieri. Filo conduttore le figure del cosiddetto ‘secondo livello’, quello dei presunti mandanti dei delitti, o anche esecutori diretti degli omicidi, a cui apparterrebbero personaggi di ceto medio alto. Una pista che seguì la fase dei ‘compagni di merende’, e che fu aperta dalle indagini sul farmacista di San Casciano, Francesco Calamandrei, poi assolto nel 2008.
Per alcuni dei delitti attribuiti al maniaco sono stati condannati in via definitiva Mario Vanni e Giancarlo Lotti, accusati di essere gli esecutori materiali di quattro dei duplici omicidi. Pietro Pacciani, invece, morì in attesa di giudizio, dopo una condanna in primo grado, un’assoluzione in appello e un annullamento della Cassazione. Oltre a quella di Calamandrei, c’è stata inoltre l’inchiesta, archiviata, sul medico di Perugia Francesco Narducci.

A NAPOLI IL PD I 10 EURO TE LI DA ALL'INTERNO SE VOTI

Pd, caos tessere facili a Napoli. “I 10 euro te li danno all’interno. Se vuoi un piacere da qualcuno, ti devi iscrivere”

Pd, caos tessere facili a Napoli. “I 10 euro te li danno all’interno. Se vuoi un piacere da qualcuno, ti devi iscrivere”
POLITICA
La conversazione si sente in un video pubblicato da Le Repubblica e girato nell’ultimo giorno utile per l'iscrizione al Partito democratico. A parlare è una signora che dà spiegazioni all'esterno della sede di un'associazione: "Diciamo che diventiamo dipendenti del partito per Michel, nostro consigliere di quartiere"
“Dovete portare tessere e codice fiscale, i 10 euro ve li danno loro”. A parlare è una donna all’esterno della sede di un’associazione a chi chiede come ci si tesseri al Pd. E un’amica aggiunge: “I 10 euro ve li darà Michel all’interno, se la vede lui”. Siamo nel quartiere popolare di Miano, zona Nord di Napoli e le immagini, catturate in un video pubblicato da La Repubblica, sono state girate nell’ultimo giorno utile per il tesseramento al Partito democratico, in vista del congresso e della scelta del nuovo segretario nazionale, tra l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, il governatore della Puglia Michele Emiliano, il ministro Guardasigilli Andrea Orlando eCarlotta Salerno, segretario cittadino a Torino. Il ‘Michel’ che, secondo la signora, avrebbe dovuto fornire i 10 euro (la quota indicata dal partito per rinnovare l’iscrizione) non è uno qualunque. Si tratta di Michel Di Prisco, ex vicepresidente della Municipalità, volto noto nel Pd locale, coinvolto in un’altra vicenda controversa. Quella delle primarie del 2011 per la scelta del candidato sindaco di Napoli, poi annullate per il sospetto di brogli tra extracomunitari portati ai seggi in cambio di pochi euro, ma anche per ruolo attivo da parte di esponenti del centrodestra nelle fasi del voto. Sei anni dopo, l’ennesimo scandalo è servito. Un anno dopo quello dell’euro dato fuori ai seggi delle primarie (anche quello immortalato in un video) e con la recente vicenda dei candidati a loro insaputa nella lista dell’ex candidata sindacoValeria Valente ben lungi dall’essere chiarita. Il segretario regionale del Pd Campania, Assunta Tartaglione, ha già annunciato che il circolo Pd di Miano sarà commissariato. Ma il caso Miano scoppia nelle stesse ore in cui a Castellammare di Stabia, il Pd accusa un altro scossone per le cento tessere pagate online con la stessa carta PayPal. E non è l’unico episodio sospetto.
LO SCANDALO DI MIANO – Sulla carta tutte queste vicende non sono collegate tra di loro, ma non sono neppure un segnale positivo sulla gestione delle diverse fasi elettorali in casa Pd. Partendo proprio da quanto accaduto a Miano, nel corso di un’altra conversazione catturata da telecamere e microfoni nascosti, si sente una donna che spiega in cosa consiste, secondo lei, il tesseramento: “Diciamo che diventiamo dipendenti del partito per Michel, nostro consigliere di quartiere. Dobbiamo mettere una firma per far vedere che facciamo parte del partito per farlo salire un’altra volta a lui quando ci stanno le elezioni”. E un’altra signora: “Per esempio, io voglio un piacere da Ciruzzo? Mi devo fare la tessera per lui. Me lo fa Michel? Mi devo fare la tessera per Michel”. Quanto accaduto nel quartiere popolare di Miano è legato a doppio filo con la scelta del segretario nazionale del partito: va da sé che se il candidato viene scelto dal Congresso, avrà più potere la corrente che ha più tesserati. Da qui la necessità di chiarire eventuali coinvolgimenti del partito in queste vicende.
L’OSSERVATORE INVIATO A NAPOLI E IL COMMISSARIAMENTO – Le reazioni non si sono fatte attendere. Il segretario provinciale del Pd di Napoli, Venanzio Carpentieri ha dato mandato all’ufficio adesioni del partito di non convalidare le richieste di adesione presentate al circolo di Miano, mentre il presidente della commissione Congresso Pd, Lorenzo Guerini e il reggente del partito, Matteo Orfini hanno annunciato da subito provvedimenti. A Napoli sarà infatti inviato come ‘osservatore’ il deputato Emanuele Fiano, responsabile nazionale Pd con delega alle Riforme. Avrà il compito di verificare gli episodi denunciati e la situazione complessiva del tesseramento. Nel frattempo, il segretario regionale del Pd Campania, Assunta Tartaglione, ha annunciato che il circolo del Pd di Miano sarà affidato a un commissario, ossia l’ex senatrice ed europarlamentare Graziella Pagano. E intanto scatta la condanna per l’accaduto. “Gli episodi relativi al tesseramento sono di una gravità estrema – ha dichiarato il segretario – in quanto inficiano il regolare svolgimento del tesseramento, uno dei momenti di massima espressione della democrazia nel Partito democratico e, allo stesso tempo, ledono pesantemente l’immagine del partito stesso. Su questa, come su tutte le altre possibili anomalie, saremo inflessibili”.GLI ALTRI CASI – E mentre si cerca di venire a capo dell’ennesima tegola per il Pd, venuta a galla in un momento a dir poco delicato, fuori dalle stanze del partito ci sono altre vicende da chiarire. A Castellammare di Stabia, intanto, il tesseramento è stato sospeso, perché si è scoperto che 100 tessere sono state pagate con lo stesso numero di carta paypal per un totale di 1600 euro. Dietro l’operazione ci sarebbe un consigliere comunale. Così mentre la federazione provinciale ha convalidato le 610 tessere sottoscritte nell’ultimo fine settimana, non è escluso che si arrivi, in caso dovessero essere confermate le irregolarità, all’annullamento delle 100 tessere in questione. Nella sede Romana del Pd, è in corso un’indagine su quello che è stato già ribattezzato il tesserificio online. Che pare abbia seminato iscrizioni anche in altri Comuni. Stessa tecnica: paga uno, ma le tessere sono per 100, 400, 500 persone. Segnalazioni sono arrivate dai comuni di Torre del Greco e Pompei e nei quartieri napoletani di Pendino e Pianura. A Bagnoli, invece, si verifica se il boom di tessere (dalle 200 dello scorso anno a 500) sia frutto di altre anomalie. Difficile, a questo punto, riuscire a voltare pagina dopo la chiusura ufficiale del tesseramento e pensare alla conta degli iscritti. Sarebbero conti senza oste.

ALFREDO ROMEO IL SUPERCORROTTO

Consip, Alfredo Romeo arrestato per corruzione: 100mila euro al funzionario pubblico in cambio di dritte su appalti

Consip, Alfredo Romeo arrestato per corruzione: 100mila euro al funzionario pubblico in cambio di dritte su appalti
GIUSTIZIA & IMPUNITÀ
Per gli inquirenti l'immobiliarista campano pagava il manager pubblico Marco Gasparri, definito "prototipatore" perché in cambio di soldi dava informazioni privilegiate su come superare i bandi di gara. Perquisiti Italo Bocchino (il "facilitatore") e Carlo Russo, imprenditore toscano amico di Tiziano Renzi e indagato col padre dell'ex premier per concorso in traffico di influenze
Corruzione nell’ambito dell’inchiesta su Consip, la società del ministero del Tesoro che si occupa di controllare e gestire gli appalti per il pubblico. E’ questa l’accusa con cui la Procura di Roma ha chiesto e ottenuto dal gip l’arresto dell’imprenditore di origini campane Alfredo Romeo, che proprio oggi compie 64 anni. L’indagine che ha portato al provvedimento di custodia cautelare in carcere ai danni di Romeo è la stessa, partita da Napoli e arrivata a Roma, in cui sono stati iscritti nel registro degli indagati, seppur con ipotesi di reato diverse, il ministro dello Sport Luca Lotti, Tiziano Renzi (il padre dell’ex premier), il generale Tullio Del Sette (comandante dei carabinieri) e il generale Emanuele Saltalamacchia(comandante dei carabinieri della Toscana).
I PIZZINI PER COMUNICARE CON IL MANAGER PUBBLICO
Alfredo Romeo è stato arrestato dal comando Carabinieri tutela ambiente, dai militari dell’Arma di Napoli e dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Napoli. L’episodio contestato all’imprenditore campano è quella della presunta corruzione (per funzione) di Marco Gasparri, dirigente Consip e all’epoca direttore Sourcing Servizi e Utility, in pratica il settore che si occupa delle gare per l’acquisto dei servizi per tutte le amministrazioni. Secondo gli inquirenti, il manager pubblico era al servizio di Romeo (a Napoli indagato anche per associazione per delinquere): riceveva consistenti somme di denaro in cambio di informazioni riservate in grado di favorire le società di Romeo nell’assegnazione di alcuni bandi di gara, tra cui anche quella da 2,7 miliardi di euro da cui sono partite le indagini. Per questo motivo, è stato anche disposto il sequestro patrimoniale di 100mila euro allo stesso Gasparri: secondo gli investigatori si tratta del provento della corruzione dal 2013 a oggi. Gasparri, difeso dall’avvocato Alessandro Diddi, non è stato arrestato perché ha collaborato con gli inquirenti, ma anche perché sono venute meno le esigenze di custodia cautelare poiché il funzionario non ha più ruoli operativi all’interno di Consip. Come detto, nel suo interrogatorio Gasparri ha ammesso le proprie responsabilità e ha fornito elementi utili al prosieguo delle indagini, che in seguito si sono avvalse anche di intercettazioni (anche telefoniche) e pedinamenti. Acquisite anche alcune agende e, soprattutto i pizzini con cui Gasparri e Romeo comunicavano. Tale circostanza è documentata in alcune registrazioni ambientali: i due non parlano, ma si sente nitidamente il rumore di fogli, il che ha fatto presupporre a chi indaga che i due comunicassero tramite alcuni pezzi di carta, poi recuperati dai carabinieri nella spazzatura.
IL “PROTOTIPATORE” GASPARRI E IL “FACILITATORE” BOCCHINO
Non solo. Nelle sue conversazioni Romeo definiva Gasparri il suo “prototipatore“, ovvero colui che all’interno dell’amministrazione costruisce i bandi di gara in ufficio e gli fornisce elementi assai utili per aggiudicarsi le gare. Insieme alla figura del prototipatore, c’era anche quella del facilitatore, che secondo il gip Sturzo è l’ex parlamentare di An Italo Bocchino, che di Romeo è consulente. Nelle carte dell’inchiesta, l’ex parlamentare viene definito “consigliere strategico” dell’imprenditore e, scrive il pm, avrebbe “capacità di accedere ad informazioni riservate anche grazie al suo trascorso di deputato e membro del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti e con perduranti contatti con sedicenti ed effettivi appartenenti all’intelligence, nonché con politici e pubblici funzionari in posizione apicale”. “Presumibilmente anche grazie alla costante attività di relazione” di Bocchino, scrive il pubblico ministero, Romeo “ha avuto contezza di indagini sul proprio conto sicuramente già dal settembre 2016″. L’ex finiano, però, non è indagato per corruzione bensì per traffico di influenze. Per questo motivo, gli inquirenti hanno perquisito le abitazioni di Bocchino e anche quella dell’imprenditore farmaceutico toscano Carlo Russo. Quest’ultimo, molto vicino sia a Romeo che a Tiziano Renzi (indagato con Russo per concorso in traffico di influenze, venerdì sarà ascoltato dai pm), come dimostrato da Il Fatto Quotidiano, nel 2015 è stato raccomandato dal ministro Lotti a Michele Emiliano. A rendere nota la vicenda è stato lo stesso governatore pugliese, che per questo motivo nella giornata di oggi era atteso in procura per riferire i particolari della questione in qualità di persona informata sui fatti. L’appuntamento, però, non ci sarà: gli ultimi sviluppi di cronaca hanno fatto slittare l’interrogatorio.
ROMEO AVEVA PROPOSTO A GASPARRI DI CONCORDARE LA LINEA DIFENSIVA
Nell’ordinanza di custodia cautelare, inoltre, il gip riporta il tentativo di Romeo di sviare le indagini. In particolare, l’imprenditore propose a Marco Gasparri “di costruire una comune ipotesi difensiva per impedire il normale corso della giustizia o, meglio, di deviare le indagini per favorirlo”. La circostanza è stata raccontata dallo stesso funzionari Consip nel corso di uno dei due interrogatori davanti ai magistrati di Roma e Napoli. “Ho visto l’ultima volta Romeo nel suo ufficio il 29 novembre 2016…In quell’occasione – ha messo a verbale Gasparri – il Romeo era sudato e farfugliava e mi disse che aveva avuto un sequestro e che gli avevano sequestrato anche dei foglietti, compreso un foglio dove c’era il mio nome con dei numeri accanto. A quel punto – ha continuato Gasparri – mi disse che avremmo dovuto concordare una versione da rendere all’autorità giudiziaria che sicuramente ci avrebbe, di là a poco, convocati. Io a quel punto gli ho detto qualche brutta parola dicendo che mi aveva rovinato e me ne sono andato. Dopo un paio di giorni sono andato dall’avvocato e ho deciso di confessare tutto“. Non solo. Gasparri nel corso di uno dei suoi interrogatori ha anche spiegato per filo e per segno il suo ruolo nel metodo Romeo: “Essendo io funzionario della Consip e dirigente dell’ufficio che predisponeva i capitolati – ha rivelato  – sapevo esattamente come dovevano essere fatte le offerte tecniche. Romeo ava un ufficio tecnico inadeguato – ha detto ancora Gasparri – e io essendo uomo della Consip gli davo le indicazioni utili per la predisposizione dell’offerta tecnica” che, ha aggiunto, “sapevo esattamente come doveva essere fatta”. Il manager pubblico, inoltre, ha spiegato anche i rapporti di Romeo con la politica: “Mi disse che il suo intento di ‘avvicinare’ i vertici di Consip si erano realizzati attraverso ‘interventi politici ad altissimo livello'” è scritto nel provvedimento del gip Gaspare Sturzo. Che, descrivendo i ‘criteri per la scelta della misura’ del carcere per l’imprenditore, ha sottolineato la sua “forte capacità di attuale penetrazione nel sistema economico, imprenditoriale e politico” che “giustificano l’adozione della misura cautelare di massimo rigore”. “La forza corruttiva di Romeo – ha scritto ancora il gip – è ampliata dalla sua conclamata ‘rete’ di conoscenze istituzionali ‘ad altissimo livello’, conoscenze che, all’evidenza, utilizza in modo spregiudicato per orientare a suo vantaggio l’agire della pubblica amministrazione“.
L’INCHIESTA – PARTITA DA NAPOLI E ARRIVATA A ROMA PER COMPETENZA
L’inchiesta, come detto, è nata da un’indagine avviata nei mesi scorsi dalla Procura di Napoli per presunte irregolarità nelle assegnazioni di alcuni appalti. Un’indagine condotta dai pm della Dda, John Woodcock e Celeste Carrano: il fatto che il procedimento sia condotto dai magistrati dell’Antimafia è motivato dal presunto collegamento ai clan di alcuni dipendenti della ditta di pulizia, che fa capo al gruppo Romeo, che ottenne l’appalto per svolgere tale servizio all’ospedale Cardarelli di Napoli. Dagli accertamenti svolti dai magistrati emerse un presunto sistema di tangenti in riferimento sia all’appalto nell’ospedale Cardarelli che per altri lavori pubblici a Napoli. Gli sviluppi più importanti dell’indagine sono collegati alle intercettazioni telefoniche ed ambientali ed altre attività, come sequestri e perquisizioni (a Roma furono trovati in una discarica dei pizzini sui quali secondo l’accusa Romeo avrebbe annotato importo e destinatari delle mazzette) che hanno portato all’apertura del filone sugli appalti della Consip, la centrale di spesa della pubblica amministrazione. Ciò ha comportato una trasmissione, per competenza territoriale, di buona parte degli atti, alla Procura di Roma che sta operando in stretto contatto con i colleghi della Procura partenopea.
DA LOTTI A DEL SETTE FINO A SALTALAMACCHIA: LE PERSONE COINVOLTE
L’inchiesta Consip è stata svelata dal Fatto Quotidiano il 22 dicembre dell’anno scorso. Nel mirino dei pm c’è l’appalto più grande d’Europa: Fm4, cioé facility management, la gara indetta nel 2014 da Consipper l’affidamento dei servizi gestionali degli uffici, delle università e dei centri di ricerca della Pubblica amministrazione. La convenzione vale 2 miliardi e 700 milioni di euro per una durata complessiva di 36 mesi e corrisponde all’11,5 per cento della spesa annua della Pubblica amministrazione. L’appalto è diviso in lotti e Alfredo Romeo era in pole per un bando da quasi 700 milioni di euro. Nell’ambito dell’inchiesta, il ministro Lotti è indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento. Il fascicolo contenente le ipotesi di reato sulle fughe di notizie è stato stralciato dal filone principale sulla corruzione ed è finito a Roma per competenza territoriale. Il braccio destro di Renzi, già sottosegretario alla Presidenza del consiglio, è stato iscritto nel registro degli indagati a seguito delle dichiarazioni del suo amico Luigi Marroni, che nel suo interrogatorio come persona informata dei fatti ha tirato in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana, indagato per le stesse ipotesi di reato. Nella fattispecie, Marroni ha detto di avere saputo dell’indagine e della presenza di microspie negli uffici Consip dal presidente di Consip Luigi Ferrara, che a sua volta era stato informato dal comandante Tullio Del Sette. Poi ha aggiunto altri nomi. I più importanti sono quelli di Lotti e del generale Emanuele Saltalamacchia, suoi amici. Entrambi lo avrebbero messo in guardia dall’indagine. Dopo la soffiata Marroni fece eseguire la bonifica. Che effettivamente andò a segno.