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domenica 19 novembre 2017

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Tel Aviv Pride

Non è mai stato così bello

DI ISRAEL SHAMIR
unz.com
Vorrei dire che la Palestina sta bruciando e che Israele sta soffrendo, ma bisogna dire la verità:
Israele e Palestina stanno prosperando sotto Netanyahu. Non è mai stato così bello. Il salario minimo israeliano è ora di oltre 1.500 dollari; in un paio d’anni è passato da 4.000 a 5.300 shekel al mese. L’inflazione non ha seguito questo aumento, nonostante le pessimistiche previsioni. I poveri non sono più poveri, ancorché forse alcuni non sono propriamente ricchi.
I prezzi in valuta locale sono stabili. Sulla scena internazionale, lo shekel è alto, molto alto (anche se al di sotto dei suoi picchi del 2014), ed il Tesoro lotta per impedirne un’ulteriore ascesa. Ecco perché i prezzi sembrano piuttosto alti per uno straniero. Un panino, l’umile falafel israeliano/palestinese, ed una bevanda analcolica vi costeranno (minimo) 10 dollari, e a Tel Aviv probabilmente vi verrà preparato e servito da un rifugiato africano. Un modesto pranzo costa circa 20 dollari, una buona cena molto di più, e bisogna prenotare con largo anticipo per trovare un tavolo. Questo dal lato israeliano. Da parte palestinese, un pranzo simile costa leggermente meno, forse 15 dollari. I ristoranti comunque sono pieni; gli israeliani amano mangiare e lo fanno tutto il tempo, parlano di cibo anche troppo.
I turisti vanno in Terra Santa come mai prima d’ora. Questo ottobre, tutti gli hotel di Gerusalemme e Tel Aviv erano occupati; era difficile trovare una stanza per meno di $200 a notte, anche più lontano. Gli alberghi di Betlemme e persino di Hebron sono pieni. I loro occupanti sono turisti diretti a Gerusalemme. Ci sono code per entrare nei più importanti santuari ed attrazioni turistiche, la Basilica della Natività a Betlemme e la Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Fanno la fila per ore per venerare il luogo della nascita e della sepoltura del Salvatore.
I palestinesi si stanno unendo a questa prosperità costruendo case. C’è un grande boom edilizio in tutta la Cisgiordania. Nuovi appartamenti crescono in ogni spazio vuoto. I poveri villaggi di ieri, come Imwas vicino Betlemme e Taffuh vicino Hebron, sono diventati vere e proprie città con case moderne di 3-4 piani, molto simili a quelle ambìte dagli israeliani. Non sono belle come quelli costruite dai loro padri e nonni, ma è una tendenza globale.
Israele ha ridotto al minimo i posti di blocco interni che prima separavano praticamente ogni villaggio palestinese da quelli vicini. Un palestinese può oggi viaggiare nella propria zona più o meno senza ostacoli. È ancora una rottura di scatole andare da Betlemme (appena a sud di Gerusalemme) a Ramallah (appena a nord di Gerusalemme), ed è quasi impossibile andare a Gerusalemme, ma è già un progresso.
Ramallah è una città moderna, con molte belle case di recente costruzione, hotel a cinque stelle, ristoranti alla moda e la vicina università di Bir Zeit. Non è più la città che ha coraggiosamente combattuto l’esercito israeliano durante la Seconda Intifada del 2001. È diventata più morbida. L’esercito israeliano entra ancora in città ogni volta che vuole e rapisce i cittadini, a volte per un post irriverente su Facebook. Recentemente hanno arrestato un giovane perché Google aveva tradotto male il suo “Buongiorno” in “Vai ed uccidi”, o qualcosa di simile.
I cittadini israeliani non sono autorizzati dal governo ad entrare nei territori palestinesi. Forse una scelta giusta: se gli israeliani vedessero quanto i propri vicini vivano come loro, nello stesso ambiente di stile occidentale, capirebbero che il Muro è inutile, perché c’è una differenza minima tra le due parti. Quella sarebbe la fine dell’autoimposto separatismo ebraico.
Non posso però celebrare questa convergenza; amavo la buona vecchia Palestina delle case di pietra tra i vigneti e dei contadini sempre al lavoro con i loro ulivi. Non c’è più. A Dura al-Kari’a, un incantevole villaggio con bellissime sorgenti, i campi sono deserti. I figli dei contadini lavorano negli uffici governativi di Ramallah e non vogliono tornare ai campi. Le sorgenti non sono celebrate come unica fonte di vita, sono considerate solo un piacevole ricordo di un passato irrilevante. Il capitalismo neoliberista ha distrutto ciò che il sionismo non è riuscito ad uccidere.
È questa tuttavia la realtà del 21° secolo. Lo stesso è avvenuto in Provenza e Toscana; cose molto peggiori sono accadute nella vicina Siria ed in Iraq. La gente si abitua a questa nuova realtà, siamo solo noi, vecchi romantici, a lamentarci.
Questa ricca Israele può facilmente assorbire la prospera Palestina, annullando le proprie leggi sull’apartheid. Anni fa sarebbe stato un salto nell’ignoto, oggi sarebbe un passo facile.
Non ci sono tuttavia voci in Israele che chiedano un simile passo. I partiti ebraici di destra che vogliono integrare la Palestina sono disposti a farlo senza gli abitanti. Vogliono tenersi la terra ma non la gente. La sinistra israeliana ebraica è praticamente scomparsa. Il suo principale partito laburista ha eletto questo mese un nuovo leader, che ha già promesso che non mollerà mai gli insediamenti (dovrebbero rimanere ebrei per sempre) e che non permetterà mai agli arabi di entrare nel proprio governo. Ha anche chiesto un atteggiamento più vigoroso e combattivo nei confronti dei vicini dello stato ebraico: se sparano un missile, noi ne spariamo cinquanta. Gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza, ha detto. Con una sinistra così, chi ha bisogno della destra?
L’integrazione avrebbe dunque senso dal punto di vista dei costi-vantaggi. Il problema è che è sempre stato così, anche nel ’48, quando Israele possedeva l’unico porto moderno di Haifa nel Mediterraneo orientale, l’oleodotto poteva consegnare il petrolio di Kirkouk alle raffinerie di Haifa e le ferrovie collegavano Beirut con Damasco ed Il Cairo tramite Giaffa e Tel Aviv. Anche allora gli ebrei potevano rotolare nell’oro, ma preferirono un’ostilità perpetua. Sapendo questo, non sono sicuro che stavolta sarà diverso.
La seconda parte della Dichiarazione Balfour, la promessa di salvaguardare i diritti dei non-ebrei, si è rivelata essere di difficile attuazione. E fino a quando gli ebrei non saranno costretti a ripensarci, qualsiasi progresso reale è improbabile. Ma anche senza progresso ed in condizioni di disuguaglianza, la peculiare posizione geografica della Palestina e le ragionevoli politiche economiche di Netanyahu rendono la vita abbastanza sopportabile. È molto fastidioso non poter guidare liberamente da Betlemme a Ramallah o Jaffa, è una gran rottura non poter volare da e verso l’unico aeroporto del paese, ma economicamente le cose non sono poi così male. D’altronde, molti neri forse prosperarono anche ai tempi delle leggi Jim Crow e dell’apartheid sudafricano.

Fonte: www.unz.com
Link: http://www.unz.com/ishamir/it-has-never-been-so-good/
14.11.2017
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

RIINA

Home / Attualità / LE FACCE DEL POTERE

LE FACCE DEL POTERE

DI GIANNI PETROSILLO
conflittiestrategie.it
E’ morto Totò Riina, lo chiamavano il Capo dei capi. Probabilmente, definirlo tale è troppo ma fu sicuramente uno dei leader della criminalità organizzata siciliana, con le sue ramificazioni nazionali e internazionali. I giudici lo hanno incriminato per quasi tutto, stragi, omicidi, traffici ed altre attività illecite con cui generalmente si sopravvive nel mondo della illegalità. E’ stato accusato dai pentiti di essere dietro ogni trama della mafia, dalla sua ascesa, negli anni ’70, fino alla sua caduta, nel gennaio 1993 (anno in cui viene arrestato). Lo si ritiene responsabile anche degli attentati dinamitardi successivi, tentati o riusciti, (a Firenze, Milano e Roma) finalizzati ad intimidire i magistrati che lo avrebbero giudicato o inviare messaggi in più alto loco politico. Non ci interessa, in questa sede, fare la storia criminale di questo individuo che non ha mai rivelato nulla ai togati e che ha sempre respinto le accuse di altri malavitosi, passati dall’altra parte della barricata. Nella sua tetragonicità, non scalfita nemmeno dal carcere duro, c’è già l’Uomo. Il potere, nella sua espressione più alta, si manifesta proprio attraverso questi personaggi che ne incarnano adeguatamente ruoli e finalità. Uno come Riina avrebbe potuto guidare un Paese per capacità strategica e attitudine al comando.
Del resto, come afferma La Grassa, la criminalità organizzata è l’altra faccia della legalità “organizzata”. Potere e contropotere (o contropoteri) sono sempre Potere che si declina nelle sue varianti e variabili. O anche a diversi livelli, perché ci sono poteri che possono sussistere solo negli interstizi della società. La mafia, per esempio, non potrebbe mai lanciare l’assalto allo Stato, come afferma qualche sciocco. Per esistere necessita di un quadro legale che la qualifichi come antilegalità, limitata ad alcuni settori o estensioni (marginalità) territoriali. Lo Stato (i suoi apparati) “appaltano” questi spazi che gruppi criminali si conquistano confliggendo tra loro. La linfa del potere è, infatti, il conflitto per primeggiare ma ci sono anche conflitti che si esauriscono in una mera pressione, verso un Potere superiore che non è scalabile per la sua natura storica (egemonia della coercizione), al fine ottenere un certo riconoscimento o magari fette di torta più grandi nell’esercizio di determinate attività. La lotta tra legalità e antilegalità si riproduce costantemente perché hanno bisogno una dell’altra per esistere. Senza la prima non ci sarebbe la seconda e viceversa. Ma c’è un aspetto ancor più interessante da sottolineare. Gli uomini di potere sono agiti dal potere, pur sentendosene attori indipendenti. Scrive al proposito Carl Schmitt: “Il potere è una grandezza oggettiva ed autonoma rispetto a qualsivoglia individuo umano, che, di volta in volta, lo detenga nelle proprie mani…La realtà del potere passa sopra la realtà dell’uomo. Io non dico che il potere dell’uomo su un altro è buono. Non dico neanche che è cattivo. Dico però che è neutro. E mi vergognerei come essere pensante di dire che è positivo, se sono io ad averlo e negativo se a possederlo è il mio nemico. Mi limito ad affermare soltanto che il potere è per tutti, anche per il potente, una realtà a sé stante e lo trascina nella propria dialettica. Il potere è più forte di ogni volontà di potere, più forte di ogni bontà umana e fortunatamente anche di ogni malvagità umana”. Qui, ovviamente, non si tratta di scagionare gli individui dai loro atti ma un soggetto che occupa un determinato ruolo (di potere) si troverà invischiato nella sua logica. Un presidente darà, dunque, l’ordine di sganciare la bomba atomica, un mafioso quello di fare una strage. Oppure, un Capo di governo varerà un provvedimento per concedere le cure gratuite ai non abbienti ed un capo cosca distribuirà stipendi alle famiglie dei carcerati. Di cattiverie e di buone azioni è lastricata la strada del potere e dei suoi strumenti-umani.
Detto ciò, molto grossolanamente, lo ammetto, mi disturba leggere sui giornali che a Riina debba essere negata persino la dignità umana. Sallusti che scrive “uno di meno” o “non riposi in pace” al boss è un abietto. Fu lui, qualche tempo fa, ad invocare l’omicidio di Kim Jong Un. Ciò vuol dire che, se egli avesse potuto, avrebbe dato l’ordine di ammazzare un uomo per preservare un ordine da lui ritenuto superiore. Non è questa la cosa spregevole che si rimprovera a Riina, di uccidere per mantenere il controllo? Feltri, invece, scrive oggi che un analfabeta come Riina, con la 5° elementare, non poteva essere un vero capintesta. Per esercitare il potere, o per comprenderlo intimamente, ci vuole la laurea? E che dire di quegli imprenditori che hanno il fiuto degli affari senza aver mai studiato marketing? Questi giornalisti sono davvero ridicoli. Loro sì che senza capire nulla del mondo che li circonda pretendono di dare lezioni a tutti su tutto lo scibile umano e disumano.
Gianni Petrosillo
Fonte: www.conflittiestrategie.it
Link: http://www.conflittiestrategie.it/le-facce-del-potere
19.11.2017

FB LASCIA METTERE I COMMENTI DEI PICCIOTTI SU RIINA

commenti alla morte di Totò Riina
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SU FACEBOOK GLI ASSURDI COMMENTI ALLA MORTE DI TOTÒ RIINA: «RIP, UOMO D’ONORE» | GALLERY

Sulla pagina Facebook “Noi carcerati” sono apparsi assurdi commenti alla morte di Totò Riina. Sotto al post che ne dava notizia – “È morto Totò Riina, il ‘capo dei capi’. Il boss mafioso da 24 anni era al 41 bis” – si sono susseguiti centinaia di commenti, alcuni dei quali esaltavano la figura del capo di Cosa nostra. “Riposi in pace un uomo che ha fatto sempre del bene”, “un grande personaggio”, Condoglianze alla famiglia Riina”, “Ora si sta male senza Totò. Mangiava lui e faceva mangiare a tutti”: sono alcuni dei commenti.

GLI ASSURDI COMMENTI ALLA MORTE DI TOTÒ RIINA

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IL WASHINGTON POST STA CON DI MAIO!


Luigi Di Maio
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SECONDO IL WASHINGTON POST, DI MAIO È «IL MILLENNIAL CHE PUÒ ESSERE IL PROSSIMO LEADER DELL’ITALIA»

Lo descrivono come un giovane 31enne con la barba ben fatta e definiscono sorprendente la sua parabola politica, dal momento che non ha finito gli studi e non ha mai intrapreso un lavoro da professionista. Ecco il ritratto di Luigi Di Maio secondo il Washington Post. È uscita oggi la tanto attesa intervista del leader politico del Movimento 5 Stelle sul prestigioso quotidiano statunitense. Che lo lancia come «il millennial che può diventare il prossimo leader dell’Italia».

LUIGI DI MAIO, IL RITRATTO DEL WASHINGTON POST

Il viaggio americano di Luigi Di Maio lascia sul suo terreno una certa attenzione da parte della stampa locale. Dopo l’editoriale di Beppe Severgnini per il New York Times (non troppo lusinghiero, in verità), tocca al Post dipingere una delle personalità che desta maggiormente l’attenzione degli osservatori internazionali in materia di politica.
Di Maio, almeno per l’età, viene accostato a Emmanuel Macron e a Sebastian Kurz, rispettivamente giovani presidenti di Francia e Austria e, nel corso dell’articolo, si certifica il cambiamento avvenuto all’interno del Movimento 5 Stelle: meno lontano di un tempo rispetto alle posizioni europeista, con uno sguardo di maggiore attenzione rispetto alla NATO, deciso a invocare la giustizia sociale, con una posizione definita «convenzionale» circa l’immigrazione nel nostro Paese.

MAFIA A 5 STELLE CONTRO SEVERGNINI

insulti dei grillini a Beppe Severgnini
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GLI INSULTI DEI GRILLINI A BEPPE SEVERGNINI PER L’EDITORIALE SUL NEW YORK TIMES

Beppe Severgnini ha deciso di pubblicare gli insulti dei grillini, dopo il suo editoriale sul New York Times, in cui il giornalista ha criticato Di Maio, che «non ha mai avuto un lavoro né finito gli studi». «Hai sputtanato l’illustre Di Maio di cui tu non sei nemmeno il suo calzino sporco dopo 11 km di passeggiata», ha ribattuto qualcuno al direttore di Sette, uno dei giornalisti italiani più stimati nel mondo anglosassone.

Questo è solo uno degli insulti dei grillini a Beppe Severgnini – «il mio preferito», dice lui – che ha quindi deciso di rispondere al fiume di commenti negativi, con un editoriale sul Corriere della Sera, dal titolo “Il Movimento 5 Stelle e la nazione irascibile”. Prendendo spunto dalla reazione inusitata contro di lui, che si è manifestata su Facebook, Twitter e il blog Italians, il giornalista ha fatto un’analisi dello scarso livello di fiducia che c’è nel nostro Paese, presagio – riprendendo una teoria del famoso economista Adam Smith – di un mal funzionamento del sistema economico. «È più di un malumore collettivo. È una miscela di permalosità e delusione, sospetto e presunzione. Ogni tanto bum!, esplode», scrive l’editorialista.

GLI INSULTI DEI GRILLINI A BEPPE SEVERGNINI PER LE CRITICHE A DI MAIO

Esattamente come è successo per il suo articolo apparso sul New York Times, su cui Severgnini scrive una volta al mese dal 2013.  «Ho raccontato gli alti e bassi – più spessi questi ultimi, purtroppo – della politica italiana: da Bossi a Renzi, passando per Berlusconi, Prodi, Monti e Grillo. In quel pezzo, a Gigi Di Maio ho dedicato due righe», rimarca il giornalista. La reazione però è stata di pancia: alcuni degli insulti dei grillini a Beppe Severgnini non sono neanche pubblicabili. Tra quelli da non censurare: «Mentecatto, verme, bastardo, lurido, ignobile, stronzo, servo, leccalecca, parassita, mangiasassi, anima nera, venduto, traditore, venditore di aspirapolvere porta a porta».

DON PIERI CONTRO LA BONINO: METTIAMO IN CARCERE QUESTO PORCO BASTARDO!

Don Francesco Pieri
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«HA PIÙ MORTI SULLA COSCIENZA RIINA O LA BONINO?», IL COMMENTO CHOC DI DON FRANCESCO PIERI

Togliete Facebook ai preti bolognesi! Dopo l’attacco di don Lorenzo Guidotti alla ragazza minorenne stuprata, arriva quello di don Francesco Pieri a Emma Bonino: il prelato, che è anche docente alla Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, ha sfruttato la morte del capo di Cosa Nostra, per attaccare la leader radicale, in prima linea per le battaglie che hanno portato alla legge sull’aborto. «Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?», si chiede il don su Facebook.
Il post, dapprima visibile a tutti gli utenti del social network, già nella serata di ieri è stato ristretto ai soli amici di don Francesco Pieri. Prima, però, è stato notato dalla redazione de Il Resto del Carlino, che lo ha riportato in un articolo pubblicato questa mattina. Contattato al telefono, il docente avrebbe risposto “No comment”. Lo stesso ha fatto la curia. Una reazione diversa, quindi dal  subitaneo pentimento di don Lorenzo Guidotti, che dopo le critiche dei suoi superiori e lo sconcerto dell’opinione pubblica, si è rimangiato ciò che aveva scritto.

IL POST DI DON FRANCESCO PIERI SULLA BONINO: «HA PIÙ MORTI SULLA COSCIENZA LEI O RIINA?»

Don Francesco Pieri non ha alcuna intenzione di cambiare opinione e di correggere quanto scritto: tra l’omicidio e l’aborto – spiega nei commenti – «moralmente non c’è differenza», citando la Gaudium et spes del Concilio Vaticano II che «mette l’aborto (non importa se legalizzato, ospedalizzato e mutuabile o no) in serie con “genocidio, omicidio volontario” e altri crimini orrendi (GS 27), tra cui certamente quelli di mafia, e lo definisce “abominevole delitto” (GS 51). Solo che vedo meno gente disposta a indignarsi e schierarsi per “questi” innocenti. Anche tra chi metterebbe la mano sul fuoco per il Vaticano II».